AVEVO DUE PAURE

AVEVO DUE PAURE
La prima era quella di uccidere, la seconda era quella di morire
Avevo diciassette anni,
Poi venne la notte del silenzio, in quel buio si scambiarono le vite
Incollati alle barricate alcuni di noi, morivano d’attesa
Incollati alle barricate alcuni di noi, vivevano d’attesa
Poi spuntò l’alba
Ed era il 25 Aprile
Giuseppe Colzani ( Partigiano )
Laura Montanari
Ci sono le voci di chi ha combattuto e di quei luoghi tiene stretta la memoria. Si vedono i sentieri, i rifugi, i bunker da dove i nazisti sparavano con le mitragliatrici pesanti e l’erba che è cresciuta nel tempo che è passato. Bisogna salire in montagna per capire cos’è stata li la Resistenza.
Questa mostra cammina lungo la Linea Gotica, l’ultimo argine da rompere per chiudere la guerra in un’Italia devastata da lutti e macerie tra l’estate del
1944 e il 1945. Da una parte i tedeschi, dall’altra gli Alleati e i partigiani. In mezzo un fronte che taglia in due l’Italia dal Tirreno all’Adriatico: trecentoventi chilometri che seguono, a grandi linee, la dorsale degli Appennini.
Avevo Due Paure restituisce al visitatore un pezzo di Storia, la ricuce con le testimonianze e i ricordi degli ultimi partigiani e con la potenza evocativa della fotografia che scava in quel che resta.Paolo Cagnacci e Matteo Cesari recuperando frammenti di oggetti e di luoghi lungo la Götenstellung o Grüne Linie (Linea Verde) come la chiamavano i soldati tedeschi – per noi la Linea Gotica -, ricompongono un quadro d’insieme di quel grande romanzo collettivo che è stata la Resistenza.
Certo, nel ripercorrere quella frontiera oggi, restano assenze e vuoti, le inevitabili cancellature e le trasformazioni che portano i posti, ottant’anni dopo. Eppure per chi sa cercarle, le tracce rimettono insieme le pagine di un libro che ricostruisce le vite di quella stagione: c’è la lapide del partigiano russo Husejinov Vilajst, l’elmetto con la stella rossa della Brigata Garibaldi appartenuto a un soldato che dopo l’8 settembre si era unito alla Resistenza, il filo di ferro usato per legare i polsi a un partigiano condannato a morte dai nazisti, un rifugio in montagna, un tesserino di ricon oscimento, un mitragliatore inglese Sten che riemerge dal buio. E poi scorci di come sono oggi i luoghi che portano a nomi legati alla geografia delle stragi delle popolazioni inermi e dei rastrellamenti: Padule di Fucecchio, Monte Sole, Berceto sono soltanto alcune delle stazioni dolorose della Memoria. Una Memoria che resta viva nelle testimonianze video raccolte da Theo Putzu. Avevo Due Paure prende il titolo dai versi scritti dal partigiano Giuseppe Colzani.
Irene Alison
Vera era solo una bambina quando suo padre Lazzaro, in una mattina di primavera, offrì rifugio a cinque partigiani. Era l’aprile del ’44, i tedeschi attaccavano le posizioni partigiane romagnole nella zona del Falterona e a Salerno si gettavano le basi del Primo governo di unità nazionale. Ma Vera, che era solo una bambina, di queste cosenon sapeva molto. In poche ore, in quella mattina di primavera, la sua casa fu circondata dalle SS in cerca dei partigiani nascosti.
In poche ore la vita come la conosceva non c’era più, la madre e le sorelle erano corpi inerti tra il fumo degli spari e la polvere che si levava dalle macerie, e Vera non era più una bambina. La guerra le era passata addosso, lasciando in lei una cicatrice profondissima.
Oggi Vera di anni ne ha 94, sulla sua pelle sottile c’è scritta la mappa del tempo, e sapendola interpretare si può leggere la Storia. Quella Storia che Paolo Cagnacci e Matteo Cesari hanno voluto risvegliare nelle loro immagini, dandole sostanza e immanenza, perché la Storia non è solo quella scritta nei libri.
La Storia sta nelle pietre, nella terra, negli occhi di chi resta. Della Storia sono imbevute le radici degli alberi, della Storia siamo fatti noi. E la Storia ci parla, se tendiamo l’orecchio ad ascoltarla. Ascoltare, forse ancora prima di guardare, è il gesto e l’attitudine che questi due fotografi – che del dare presenza al passato hanno fatto il perno della loro ricerca – riescono ad avere quando si pongono di fronte a un paesaggio: che esso sia il profilo ovattato dell’Appennino in un giorno di nebbia, o la trama fitta di rughe della faccia dei vecchi. Cosa è successo qui? Chi è passato per queste strade? Chi ha versato il proprio sangue su questi campi?In quali ricordi e in quali dolori scava Vera, quando per un momento abbassa lo sguardo?La macchina fotografica di Cagnacci e Cesari evoca, ricrea, riporta alla luce. I video di Theo Putzu, in mostra insieme alle loro immagini, danno voce e volto ai ricordi. Ma questo non è solo un viaggio nella memoria, è un viaggio nel presente per dare corpo al passato, per preservare quel che rimane, per coltivare un’eredità ancora fertile.
La Resistenza partigiana fu un insieme di movimenti politici e militari, un’opera di guerriglia, una lotta clandestina in cui rischiarono, e spesso persero, la vita donne e uomini provenienti da diverse fazioni ideologiche, da differenti ceti sociali, uniti dalla comune causa di liberare l’Italia dall’occupazione nazifascista. Cosa resta oggi di questo capitolo fondante dell’identità italiana, al di là di qualche pagina nei testi scolastici e dei ricordi dei pochi testimoni ancora in vita di quei giorni febbrili? Alla vigilia dell’ottantesimo Anniversario della Liberazione, con Avevo Due Paure, Cagnacci, Cesari e Putzu se lo sono chiesti, andando al di là della dimensione archeologica e cercando un linguaggio visivo calato nel qui e nell’ora: l’uso studiato delle luci carica il paesaggio di presagi e di sottotesti, il minimalismo dello still life lascia riaffiorare i ricordi come tesori di un tempo lontano, l’intimità del ritratto scava oltre la superficie. Con lo sguardo rivolto all’indietro, verso ciò che siamo stati, Avevo Due Paure dischiude una questione sul presente e sul futuro: su quello che, come italiani, siamo e su quello che vogliamo essere.



















































